Emergenza economica, è SOS USURA !

Ad oramai un anno di distanza dallo scoppio della pandemia dovuta al Coronavirus, l’economia italiana sta registrando danni incalcolabili in tutti i suoi settori.

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio sulla “Demografia d’impresa delle città italiane[1], la pandemia ha acuito certe tendenze e ne ha modificate “drammaticamente” altre: nel 2021, solo nei centri storici dei 110 capoluoghi di provincia e altre 10 città di media ampiezza, oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (-17,1%), si registrerà per la prima volta nella storia economica degli ultimi due decenni anche la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%).

Anche il commercio elettronico, che vale ormai più di 30 miliardi, ha registrato cambiamenti a causa della pandemia: nel 2020 è in calo del 2,6% rispetto al 2019 come risultato di un boom per i beni, anche alimentari, pari a +30,7% e di un crollo dei servizi acquistati (-46,9%). Quindi, città con meno negozi, meno attività ricettive e di ristorazione e solo farmacie e informatica e comunicazioni in controtendenza col segno più. Il rischio di non “riavere” i nostri centri storici come li abbiamo visti e vissuti prima della pandemia è, dunque, molto concreto e questo significa minore qualità della vita dei residenti e minore appeal turistico (cfr. “Demografia d’impresa delle città italiane”, cit.).

Il quarto trimestre 2020 ha visto una contrazione del fatturato della ristorazione pari a -44,3% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Il periodo si è confermato come un vero e proprio secondo lockdown per le imprese del settore portando l’intero anno ad una perdita complessiva del 36,2 % pari a 34,4 miliardi di euro (fonte: Fipe[2]).

Nel settore delle costruzioni, il 2020 si è chiuso con una caduta del volume d’affari del 6,3 per cento rispetto al 2019, meno ampia di quanto si poteva temere, ma che comunque rappresenta la più ampia discesa annuale registrata dall’inizio delle rilevazioni statistiche (fonte: UnionCamere Emilia-Romagna)[3].

La contingenza negativa ha gravato maggiormente sulle piccole imprese da 1 a 9 dipendenti (-7,7 per cento), tra le quali è assai diffuso l’artigianato, ma l’andamento negativo non è stato sostanzialmente meno pesante per le medie imprese da 10 a 49 dipendenti (-6,0 per cento). Le grandi imprese da 50 a 500 dipendenti sono riuscite a limitare più efficacemente gli effetti della pandemia e la perdita subita dal loro volume d’affari non è andata oltre il 3,4 per cento.

 L’ultimo rapporto Istat[4] ha evidenziato drammaticamente come la povertà assoluta sia tornata a crescere, toccando il valore più elevato dal 2005, ed azzerando i miglioramenti registrati nel 2019. Le stime preliminari del 2020 indicano valori dell’incidenza di povertà assoluta in crescita sia in termini familiari (da 6,4% del 2019 al 7,7%, +335mila), con oltre 2 milioni di famiglie, sia in termini di individui (dal 7,7% al 9,4%, oltre 1 milione in più) che si attestano a 5,6 milioni.

Ancora: secondo quanto comunicato dalla Camera di Commercio di Bologna (cfr. Resto del Carlino, ed. Bologna, 6.3.2021, intervista a Valerio Veronesi)[5], nell’area metropolitana di Bologna il 2020 ha registrato il numero di imprese attive più basso dagli ultimi vent’anni, pari a  94.775, circa 1.100 aziende in meno rispetto al 2019.

Tuttavia, tale numero non risulta realistico, in quanto moltissime imprese, pur formalmente attive, non lo sono nella sostanza, in quanto chiuse di fatto, ma impossibilitate per motivi economici (trattative con i sindacati, pagamento dei Tfr, pagamento dei fornitori, estinzione dei rapporti bancari, spese per professionisti, ecc.) a regolarizzare la chiusura.

Le imprese maggiormente in sofferenza sono le micro e le piccole, vale a dire le attività sotto i 15 dipendenti, la maggior parte delle quali legate al commercio, al turismo, alla subfornitura.

Anche le imprese giovanili (aperte da under 35) sono andate in crisi: nel 2020 ne sono state aperte 1.179, ma ben 508 hanno dovuto chiudere.

Già nel mese di ottobre 2020, uno studio di Confcommercio[6] evidenziava la necessità di supportare la crisi delle imprese, stante le difficoltà ad accedere al credito, e il conseguente rischio di aumento dei fenomeni di usura.

Secondo i dati diffusi, infatti, a quella data almeno il 37% delle imprese del terziario lamentavano – oltre a perdita di fatturato e  mancanza di liquidità – la difficoltà di accesso al credito.

Tali ostacoli hanno contribuito a rendere sempre più fragile un sistema imprenditoriale che, dal 2019 ad oggi, ha visto quasi raddoppiato il numero di imprese (sono quasi 300mila nel 2020) che non ha ottenuto il credito richiesto risultando, pertanto, sempre più esposto al rischio usura.

Inoltre, negli ultimi sei mesi del 2020 è aumentato il numero di imprenditori che ha chiesto un prestito a soggetti fuori dai canali ufficiali (14% contro 10%).

Un recentissimo studio della società Cerved[7], condotto analizzando i dati sui bilanci delle imprese presenti nei propri archivi e in quelli di Hawk, società partner, ha stimato che in Italia ci sono 15mila ristoranti a rischio di infiltrazioni criminali, ed il loro numero è in continua crescita.

Dall’elaborazione è emerso che sono circa 9mila i ristoranti resi vulnerabili alle infiltrazioni criminali dalle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19, e che vanno ad aggiungersi ai 6mila che già prima del lockdown risultavano finanziariamente molto fragili: in tutto, 15mila imprese della ristorazione, quasi la metà delle 33.000 che operano come società di capitale.

Come emerso dall’ultima relazione semestrale pubblicata dalla Direzione Investigativa Antimafia[8], “l’emergenza economica e finanziaria determinata dalla pandemia non ha risparmiato nemmeno un territorio florido come quello emiliano-romagnolo, ove il rischio di infiltrazione criminale è concreto. Piccole e medie imprese a prezzi di saldo potrebbero diventare un potenziale “affare” per la criminalità organizzata, sempre pronta ad approfittare della crisi economico-finanziaria, speculando sulle inevitabili difficoltà che hanno colpito moltissimi imprenditori. Dalla ristorazione, al comparto alberghiero e alle piccole ditte commerciali, si presenta il concreto rischio che, per far fronte a spese di gestione ordinarie, pur in assenza di ricavi, molte attività vengano svendute alle associazioni malavitose.

Nel senso, rileva anche il rapporto della Banca d’Italia sulla economia della Emilia Romagna, pubblicato nel mese di giugno 2020, che evidenzia come “…la crisi innescata dalla diffusione della pandemia ha colpito l’economia dell’Emilia-Romagna in una fase di pronunciato rallentamento: il PIL in termini reali è aumentato nel 2019 dello 0,4%, in base alle stime di Prometeia, a fronte di una crescita media di circa il due per cento nel triennio precedente. La decelerazione ha riguardato tutti i settori, ma è stata più accentuata per il comparto manifatturiero che ha pressoché interrotto la sua crescita…”. Ancora: “…Le disposizioni dirette al contenimento del contagio hanno avuto una ricaduta rilevante su molti settori economici. Secondo nostre stime la quota di valore aggiunto regionale delle attività non essenziali interessate dal blocco della produzione del 25 marzo è stata pari al 30 per cento. Nell’industria e in alcuni comparti del terziario, quali il commercio non alimentare e i servizi di alloggio e ristorazione, la quota di valore aggiunto delle attività interrotte è stata più alta…”.

Si tratta di uno spaccato socio-economico di assoluta preoccupazione.

La Regione Emilia-Romagna, già con la legge 18/2016, aveva previsto l’adozione di apposite misure per contrastare i fenomeni d’infiltrazione e radicamento di tutte le forme di criminalità organizzata, in particolare di tipo mafioso, e i fenomeni corruttivi, nonché i comportamenti irregolari e illegali.

Evidentemente, quanto finora intrapreso non risulta sufficiente.

Proprio per questo, il Gruppo consiliare regionale della Lega ha  sollecitato la Giunta (per l’iter dettagliato, leggi qui) ad individuare ulteriori e più ampie forme di supporto concreto alle attività delle imprese della Regione, sia sotto forma di reali aiuti economici, sia mediante la previsione di una rete territoriale di ausilio professionale e amministrativo per sostenere le famiglie e le imprese più fragili, che più di altre possono essere raggiunte dalle offerte di “aiuto” della criminalità organizzata, in modo tale da prevenire il più possibile il ricorso delle imprese a fenomeni di usura, e comunque di indebitamento al di fuori dei canali controllati e legali.

 

[1] http://www.confcommercio-er.it/2021/02/22/covid-imprese-e-citta-cosa-accade-in-emilia-romagna/

[2] https://www.fipe.it/centro-studi/news-centro-studi/item/7663-ristorazione-persi-11-1-miliardi-di-euro-nel-iv-trimestre-2020.html

[3] https://www.ucer.camcom.it/studi-ricerche/analisi/os-congiuntura-costruzioni/pdf/2020-4-congiuntura-costruzioni.pdf

[4] https://www.istat.it/it/archivio/254440

[5] https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/imprese-in-crisi-ora-puntiamo-sui-giovani-1.6098432

[6] https://www.confcommercio.it/-/imprese-rischio-usura

[7] https://www.ilsole24ore.com/art/l-allarme-cerved-in-italia-15mila-ristoranti-rischio-infiltrazioni-criminali-AD4SqG7

[8] https://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/semestrali/sem/2020/1sem2020.pdf